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MESSICO: LA PIAGA DEL LAVORO MINORILE

Lavoro infantile in Messico

Francisco si sveglia prima dell’alba e, nel freddo del mattino, accende un piccolo fuoco per scaldare un po’ d’acqua. Poco dopo esce di casa, a volte seguito nell’oscurità da suo figlio maggiore. Quando sorge, l’alba li trova già intenti a mischiare l’argilla rossa che è stata a mollo durante la notte: si apprestano a realizzare mattoni di terracotta. La loro famiglia si dedica da quattro generazioni a questo lavoro, estremamente duro: gli uomini ci lavorano per 15 ore al giorno, sotto il sole torrido del Messico.


La cittadina di San Francisco si trova nella valle di Ixtapaluca, un’area molto arida, quasi priva di alberi. Circa cinquant’anni fa, la possibilità di lavoro attirò diverse famiglie che vennero a stabilirsi qui, ma gli attuali abitanti sono solo lavoratori a cottimo. Povera gente che non possiede nulla, che vive e lavora nella speranza che ci sia sempre argilla da impastare. Francisco vive qui da otto anni, qui ha cresciuto i suoi figli, destinati a fare il suo stesso mestiere.


Un’intera comunità di persone ruota intorno a questa valle, priva di acqua corrente ed energia elettrica, vivendo e lavorando in piccoli appezzamenti.

Lo spazio che si crea con gli scavi viene usato per costruitre delle misere abitazioni. Il risultato è che sia le case che le aree di scavo si trovano ora a più di quattro metri sotto il livello del suolo, e in uno stesso“buco” vivono e lavorano anche dieci famiglie.

Gerardo, il secondogenito, è uno dei 150 bambini di questa comunità che vengono aiutati da Compassion grazie a un sostenitore italiano. Ha due sorelle più piccole e un fratello più grande, che ha dovuto abbandonare la scuola elementare per aiutare suo padre. Lo stesso Gerardo, quando torna da scuola o dal centro li aiuta a preparare l’argilla o ad impilare i mattoni, perché sa che quel lavoro è l’unico sostentamento per la famiglia.


COSTRUIRSI UN FUTURO SENZA MATTONI

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Lidia, che vive in Ecuador

Senza l’aiuto del sostegno a distanza, Gerardo sarebbe solamente uno dei circa 3,5 milioni di bambini che in Messico, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, lavorano in condizioni proibitive.

“Non è facile realizzare un mattone – spiega Gerardo – Bisogna vangare il terreno e poi sminuzzare le zolle per mischiarle all’acqua”. L’argilla va preparata un giorno prima di essere lavorata, poi la mattina dopo si porta con grandi secchi nella zona dove si fanno i mattoni. Qui viene versata in grandi stampi di legno, livellata e schiacciata con forza. Una volta rimossi gli stampi i mattoni crudi vengono lasciati al sole per alcune ore. Padre e figlio ripetono questa azione innumerevoli volte. I mattoni vengono poi liberati delle imperfezioni e l’intera famiglia aiuta ad impilarli. Quando dopo settimane si raggiungono i ventimila mattoni, si portano nel forno: gli adulti portano anche venti mattoni alla volta, i bambini solo cinque. I mattoni vengono nuovamente impilati all’interno del forno, facendo attenzione a non romperne nessuno. Quando tutto è pronto, si accende il fuoco che quattro uomini a turno tengono accesso per tre giorni e due notti. Lavorando 15 ore al giorno per sei giorni a settimana, ogni famiglia riesce a guadagnare al massimo cinque dollari al giorno.

“Desidero per i miei figli il meglio che posso dargli – racconta il padre di Gerardo – Io vivo di questo lavoro, lo stesso di mio padre e mio nonno, ma vorrei che loro potessero realizzare i loro sogni con qualcosa di meno duro. E so che almeno Gerardo potrà avere un’alternativa a quella di fare mattoni per il resto della sua vita.”

Quando il sole cala, Francisco cammina intorno al mucchio di mattoni per contarli. Ne ha fatti 700. È distrutto, ma non sono abbastanza. Domani dovrà lavorare di più.



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