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Perché sono qui?

Joshua è un giovane studente kenyano. Dopo aver concluso il programma di Sostegno a Distanza, ha avuto l'opportunità di accedere al percorso universitario. Ecco la sua storia, tradotta in italiano direttamente dalle sue parole.


Sono nato e cresciuto a Nairobi, in Kenya, in una baraccopoli sorta poco distante da una discarica. Un luogo terribile, dove molte persone abbandonano i corpi dei bambini che perdono la vita.


Condividevo il mio letto con altre quattro persone. La nostra casa aveva il tetto di lamiera, completamente rovinato e bucato. In Kenya, soprattutto nel mese di aprile, le precipitazioni sono molto violente, così ci ritrovavamo spesso completamente bagnati. A volte eravamo costretti a dormire seduti nell’unico angolo asciutto di casa nostra perché l’acqua ci arrivava fino alle caviglie.


Spesso eravamo affamati, perché era difficile trovare qualcosa da mangiare, così cercavo del cibo nella discarica. La baraccopoli, purtroppo, è anche il rifugio di molti delinquenti e mia madre temeva che le mie due sorelle potessero essere violentate o uccise da un momento all’altro. Così cercò aiuto e costruimmo un’altra baracca in un terreno di proprietà del governo. Di nuovo, il nostro rifugio fu costruito con lamiere, senza mai essere completato: eravamo costretti a usare buste e teli di plastica per ripararci dalla pioggia. Purtroppo non era abbastanza, l’acqua continuava ad allagare la nostra baracca e a danneggiarla sempre più. Il pavimento era sempre fangoso, adatto agli animali da allevamento più che alle persone. Difficilmente riuscivamo a trovare cibo o acqua potabile.


Ogni volta che riuscivamo a bere un bicchiere d’acqua pulita era per noi un vero miracolo, mentre il nostro unico cibo era composto da granturco secco.

In quel periodo io e le mie sorelle smettemmo di andare a scuola, perché dovevamo riuscire a sopravvivere in modo autonomo.

A causa di questa vita terribile i miei genitori iniziarono ad avere problemi nella loro relazione, e mio papà picchiava mia mamma ogni giorno.

Quando mia mamma venne a conoscenza di Compassion, venni registrato per il programma di Sostegno a Distanza e da quel momento tutto iniziò a cambiare. Le mie sorelle ed io riuscimmo a tornare a scuola, le tasse d’iscrizione erano pagate dal sostegno.

In più, ricevevamo enormi contenitori di cibo e olio da portare a casa, oltre a mangiare del cibo nutriente e sano all’interno del Centro.


Il personale di Compassion mi regalò un’uniforme scolastica, delle scarpe e delle calze. Le ho sempre usate con cura per poi regalarle a mio fratello più piccolo. 

In poco tempo, la situazione della mia famiglia iniziò a cambiare, era come un raggio di luce e speranza.

Mia mamma iniziò a vendere frutta e ortaggi al mercato e dopo un po’ riuscì ad aprire un piccolo negozio.

Avevo una sostenitrice, una signora speciale che mi ha dimostrato il vero amore cristiano. Spesso, quando a scuola non avevo dei buoni risultati, leggevo le sue lettere. Mi incoraggiavano molto e mi davano la giusta motivazione per continuare a impegnarmi.


 Un giorno, mio padre morì e rimanemmo da soli. Mi chiedevo: “Perché la mia sostenitrice mi vuole bene?” ma imparando, al Centro, tante cose sull’amore di Gesù, mi resi conto che quella signora cercava di amarmi allo stesso modo, con semplicità e generosità. Capivo che le mia vita poteva cambiare grazie a quel tipo di amore.


Terminai le scuole medie con ottimi risultati e iniziai le superiori. Il mio rendimento era sempre buono, così ebbi l’opportunità di andare all’università. Attraverso il programma Università e Leadership iniziai a sognare, avevo speranza per un futuro migliore, potevo diventare una guida per la mia comunità grazie ai principi che imparavo. Ho imparato a capire quanto sia importante chiedere a se stessi quale sia il proprio obiettivo e che cosa Dio voglia fare con le nostre vite.


La malaria è uno dei problemi più gravi in Kenya. Se in una famiglia povera qualcuno ne viene colpito, il costo delle cure è così alto che non ci saranno più i soldi per mandare i bambini a scuola. Il mio sogno era quindi di studiare e cercare una soluzione per questa malattia.

La malaria ha un’incidenza davvero negativa nella nostra economia. Con così tanti malati, la forza lavoro del Kenya è decisamente minore di quanto la nostra nazione avrebbe bisogno. Dio mi ha dato la capacità di studiare in questo settore, per cui mi sono impegnato nelle ricerche nel campo delle basi molecolari di varie malattie, non solo della malaria.


Tempo fa seppi che la Radboud University di Nijmegen (in Olanda) stava sperimentando un vaccino contro la malaria. Per questo, decisi di contattare l’equipe accademica chiedendo di poter collaborare. Il mio sogno è poter scoprire un vaccino contro questa malattia e fare il possibile per renderlo disponibile anche ai poveri. Dedicherò la mia vita a questo scopo.


Mio fratello è morto perché i medici impiegarono troppo tempo per capire da cosa fosse stato colpito.

Una situazione del genere non è più concepibile, bisogna fermarla e io voglio fare la mia parte.


Questa è la mia storia, ed ecco perché sono qui.

 
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